Documento politico – LAVORO

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“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Nessun testo costituzionale esordisce in modo cosí concreto e intenso. Lavoro e democrazia sono le fondamenta della nostra Repubblica, sono i diritti e i doveri piú importanti da tutelare, sono principi guida che racchiudono la nostra nazione e a ragion d’essere in quanto Repubblica democratica. L’incipit dell’articolo 1 della Costituzione italiana, sottolinea con forza la base dell’identitá repubblicana dello Stato e dei suoi cittadini.
Dobbiamo quindi leggere la prima riga della nostra Costituzione come un richiamo ad un principio che ieri come oggi, segna il destino migliore dell’individuo. Evidentemente in un mondo in cui il lavoro comincia a mancare o diventa precario o è fonte di esclusione, l’appello al lavoro – nella sua accezione più generale – costituisce un solenne richiamo nazionale a riaffermare valore a cui siamo legati. 

Inoltre, il lavoro è garanzia di benessere. 

Il successivo art. 4 recita: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto […] ”.

L’assenza di garanzie per il lavoro va ad intaccare le basi del Paese colpendo principalmente la crescita economica e, successivamente, il benessere sociale. Senza lavoro vengono meno le condizioni di base di una società, ossia rispetto dei diritti, uguaglianza sociale e formale e possibilità di contribuire (mediante le tasse) all’eliminazione di tutti quegli ostacoli che colpiscono specifiche categorie di persone.

1.1 Industria 4.0

Nel corso dei secoli, il concetto stesso di lavoro è mutato, come sono mutate le varie tipologie di lavoro. Oggigiorno ci affacciamo ad una nuova realtà, quella dell’Industria 4.0.

4.0 poiché segue un processo evolutivo che ha portato a ben 3 rivoluzioni, o meglio evoluzioni industriali in meno di 150 anni, passando dall’utilizzo del motore a vapore, alla catena di montaggio di Ford, all’avvento dei computer e della robotica e, infine, al periodo della connettività, dell’automazione e dell’intelligenza artificiale.

Con “industria 4.0” si intende un modello di produzione e gestione aziendale. Secondo una definizione che ne dà il Mise, “gli elementi che caratterizzano il fenomeno sono connessione tra sistemi fisici e digitali , analisi complesse attraverso Big Data e adattamenti real-time”*. 

In altre parole: utilizzo di macchinari connessi al Web, analisi delle informazioni ricavate della Rete e possibilità di una gestione più flessibile del ciclo produttivo. Le tecnologie abilitanti, citate sempre dal Mise, spaziano dalle stampanti 3D ai robot programmati per determinate funzioni, passando per la gestione di dati in cloud e l’analisi dei dati per rilevare debolezze e punti di forza della produzione.

Un grosso quesito che pende sull’industria 4.0 riguarda l’occupazione. I timori sulla «robotizzazione» dei lavori hanno dato vita a indagini con risultati diversi, dall’ormai celebre stima del World economic forum sui «5 milioni di posti cancellati» dalla digitalizzazione a proiezioni più positive, ad esempio sulle carriere che possono essere generate dal cosiddetto internet of things : la connessione e interconessione di dispositivi e macchinari. Il rapporto appena pubblicato sul tema dalla Commissione lavoro del Senato («Impatto sul mercato del lavoro della quarta rivoluzione industriale») evidenzia una quota del 10% di lavoratori che rischiano di essere sostituiti da robot, mentre il 44% dovrà modificare le sue competenze.

Taisch, però, invita a non confondere la cosiddetta «automatizzazione» con l’industria 4.0 in blocco, soprattutto quando si tocca un tasto delicato come il lavoro. «Lavorare nell’industria 4.0 non equivale a essere sostituiti. Quello succede con la robotica, e solo in parte – afferma – Si tratta di aggiornare le competenze: domani ci sarà bisogno di interagire con la macchina, ad esempio con la capacità di leggere i dati raccolti».

I principali cambiamenti

Quali saranno questi principali cambiamenti che interesseranno i lavoratori della manifattura del futuro?
Le conseguenze sono innanzitutto di due fattori, tra loro strettamente connesse. Il primo è l’aspetto pratico, e riguarda le azioni, gli orari, i luoghi di lavoro e le competenze del lavoratore; spazi e tempi di lavoro non saranno più gli stessi. Il secondo fattore, più a lungo termine ma già in atto, riguarda il cambiamento della visione complessiva del lavoro, vale a dire lo sviluppo, dopo il settore  dei servizi e delle attività “immateriali”, di una grande trasformazione anche nella fabbrica. La flessibilità nella produzione avrà importanti conseguenze nella flessibilità dell’organizzazione.

A questo possiamo aggiungere alcuni altri elementi che già si stanno delineando; non è detto, ad esempio, che le 8 ore di lavoro saranno a pari quantità e qualità nell’industria tecnologica dei prossimi anni. In più, la possibilità di controllare la produzione a distanza fa in modo che la presenza fisica in azienda sia sì necessaria ma non allo stesso livello in cui lo era nel passato. Lavorare da casa potrà essere un’esperienza normale, così come lavorare da remoto qualora non fosse possibile essere presenti in fabbrica.  Inoltre, i nuovi modi di lavorare, dentro e fuori le aziende, nell’organizzazione e gestione delle attività, non saranno più gerarchici e “verticali”, ma collaborativi, partecipativi, inclusivi e dunque “orizzontali”.

1.2 Industria 4.0 in Italia   

In Europa sono scattati una serie di progetti a regia governativa per trasferire la «quarta rivoluzione industriale» sul tessuto imprenditoriale, con obiettivi (e nomi) abbastanza simili: Industrie 4.0 in Germania, Industrie du Futur in Francia, Smart Industry nei Paesi Bassi e Catapult, High Value Manufacturing nel Regno Unito. Con le differenze tecniche del caso, si parla principalmente di incentivi fiscali e finanziamenti per le imprese che si aggiornano secondo i modelli di connessione e integrazione digitale.

Tra gli obiettivi fissati dal Mise nel suo Piano nazionale industria 4.0, si punta a mobilitare fino a 10 miliardi di euro in investimenti privati in più – da 80 a 90 miliardi circa – entro il 2020, oltre a un aumento di 11,3 miliardi di euro in spesa privata in ricerca e sviluppo e mobilitazione di 2,6 miliardi in volumi di investimenti early stage (obiettivo ambizioso se si considera che i finanziamenti a startup in fase di avviamento si sono fermati nel 2016 a 202 milioni di euro, secondo i dati dell’Osservatorio Venture capital monitor dell’Università Cattaneo di castellanza).

Cosa succede nella Marche

Nelle aziende manifatturiere delle Marche che producono scarpe, borse e accessori moda in pelle, ad esempio, per tagliare le pelli in maniera ottimale ed efficiente e ridurre al minimo gli sprechi, si usano dei software che “fotografano” il pellame da trattare, e poi il computer “suggerisce” all’operatore, attraverso un raggio laser o proiettando un’immagine da seguire o attraverso un braccio meccanico, i tagli necessari da eseguire, mentre al tecnico specializzato spetta la decisione e l’azione finale. «In molti casi siamo già “teleguidati” dalle tecnologie», rileva Carnevale Maffè «e ovviamente tutte queste operazioni e questi dati sono tracciabili, ma per migliorare le condizioni di lavoro, non per fare il Grande Fratello in azienda. I dispositivi Hi-tech permettono di creare e utilizzare delle “catene” non di prigionia, ma di comunicazione, collaborazione, maggiore qualità ed efficienza».

Categories: Lavoro

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